Sono stata in quarantena, chiusa in me stessa in mezzo alla gente. L'ho saputo immediatamente, che avrei avuto bisogno di tempo, ma mi ci è voluto tempo a realizzare quanto forte fosse questo bisogno.
Sono stata in quarantena girando liberamente, incontrando persone e realtà nuove, cominciando un nuovo lavoro di cui prima non sapevo nemmeno l'esistenza, in un campo totalmente diverso da qualsiasi cosa avessi mai fatto.
Mi sono confrontata con le insicurezze che si sono fatte di granito in questi ultimi anni, le paranoie che non mi potevo permettere di esprimere, dall'alto dei miei trentaquasidue anni.
Ho dovuto trangugiare la frustrazione di azzerare il contatore dell'esperienza e di dover mettere da parte i voli pindarici con cui non si paga l'affitto, che partono quando vogliono loro e rischiano di avere ali appiccicate con cera molle e sputo.
Ho affrontato un'incapacità di essere entusiasta che ha sconcertato prima di tutti me stessa. Una reazione imprevista di cui mi sono vergognata molto: ho odiato scoprirmi non grata quanto invece avrei dovuto per la grande fortuna che ho avuto.
Mi sono vergognata con l'amica che ha scommesso su di me. Mi sono vergognata coi miei ex colleghi: dopo che me ne sono andata, l'azienda in cui ero è collassata su se stessa come un edificio minato per l'implosione e praticamente tutti si sono trovati a spasso in tempo zero. Soprattutto, mi sono vergognata con me stessa.
Eppure, non potevo fare altro che lasciarla passare. Non potendo isolarmi sul serio, ho comunicato il meno possibile, trovandomi di colpo senza parole. Un'afonia mentale.
Ma non sarebbe servito nemmeno un posto alla destra del padre. Le mie due amiche excolleghe, Aussie e March, si sentivano allo stesso modo e hanno avuto all'incirca lo stesso tipo di reazione. La cosa in qualche modo mi ha rassicurato: non ero la sola.
Sottoposte per anni a pressioni continue in un posto dove il rispetto per le persone era più o meno lo stesso delle cavie da vivisezione, siamo uscite di lì con una pressione interna da poter gonfiare le gomme a un tir con uno sbuffo.
Non è una consolazione che quel manipolo di stronzi per cui abbiamo lavorato siano stati umiliati, alla fine. Perché in qualche modo i loro ricchi sederi cadranno sul morbido, appena sfiorati dai danni che hanno causato. Già mi dicono che sorridono da divi, abbronzati come fossero stati ai tropici Invece che ai domiciliari. Invece troppe persone che stimavamo e che erano messe come noi se la sono presa senza complimenti per il lato largo.
Inoltre c'è stata la chiusura del rapporto con una persona che per molto tempo ho considerato amica, e ora mi chiedo in base a quali criteri. A lei non è venuto il dubbio che le potessi imputare una qualche mancanza e io mi sono scoperta senza voglia, stavolta, di spiegare. Da lei ho ricevuto l'ultima delusione di una serie di varie ed eventuali negli anni, una delusione grande abbastanza di una serie lunga abbastanza da farmi decidere che stavolta avrebbe potuto essere l'ultima. Però questa cosa mi ha sommerso come fosse cemento a presa rapida, togliendomi altra spontaneità.
Poi gli ingranaggi inceppati hanno ricominciato a ruotare. Prima lenti, sferragliando, poi più fluidi.
Ora posso rispondere in modo convincente e sincero quando mi chiedono come sto: rispondo - in un raro attacco di concisione - che va meglio, dopo uno spaesamento inziale. Ho ritrovato un accordo di pace tra me myself and i, e la voglia di rispettarlo. Ora a tratti posso perfino definirmi contenta. Ho ricominciato a respirare, sto pensando che forse non sono proprio la mezzasega che mi ero convinta di essere. Mi oriento ancora poco, non sempre metto a fuoco il paesaggio, però ho rialzato la testa e sto guardando in che direzione voglio andare.
Ah, e ultimamente leggo e scrivo poco anche perché sto iniziando a farmi un discreto culo. (Ovviamente niente a che vedere con quello che ti fai tu, zia Petarda.)
sdrammatizziamo, professione scribacchina, donna in corriera, cose che succedono a viridian






