Che quando mi leggo estrapolata e rebloggata non mi riconosco mai, mi sembro perfino intelligente.
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Per quanto mi riguarda, le cose negative di Londra di luglio si riducono, essenzialmente, a una.
Londra sembra una colonia italiana.
Troppi italiani. E tra i troppi italiani, troppi troppi studenti italiani.
Gli italiani (soprattutto gli studenti italiani) li riconosci a distanza. Non è qualcosa di cui vantarsi.
Fanno anche tenerezza, così incapaci di confondersi con la massa di turisti. Certo essere connazionali aiuta a identificarli. Ma sono comunque troppo ingombranti, troppo vocianti, e col plus della lingua capisci anche quello che dicono. E nove volte su dieci ne faresti a meno.
Gli italiani all'estero sviluppano due reazioni opposte.
Da una parte una sorta di patriottismo seminale, per cui - per dire - alla National Gallery spinti dal'orgoglio si buttano nelle sale dedicate agli artisti italiani e quasi disdegnano le altre (salvo commentare "Ma sto Tiepolo chi è? E Guido Reni? Mai sentito").
Dall'altra cercano di tenersi bene alla larga gli uni dagli altri. Dopotutto ci sopportiamo già tutto l'anno, perché doverlo fare anche al'estero?
La prima cosa che salta agli occhi è la psicosi collettiva della suina. Tutta italiana. I ragazzini in vacanza studio ridacchiano mentre si provano la mascherina a Malpensa appena passato il check in, come fossero già in Inghilterra. Immagino i loro genitori preoccupati: se non avessero già pagato la vacanza e non avessero promesso questo viaggio da mesi non li farebbero partire. Allora per tranquillizzarsi gli hanno affibbiato la mascherina. E loro ci giocano.
I ragazzini se la tolgono, imbarazzati dalla mia risata mentre li supero o forse già stufi. Se la rimettono appena l'aereo tocca il suolo britannico. In compenso se la tolgono di nuovo mentre aspettiamo i bagagli di fianco al nastro trasportatore. Devono sentirsi un po' scemi, credo.
Nella varia umanità di Heathrow vedo solo altre due persone con la mascherina. Due adulti. Sempre italiani. Le centinaia di altri viaggiatori il problema non se lo sono posto. In giro per la città poi c'è il carnaio di sempre - e a luglio, poi. Ma non se ne vedono altre. Mi viene da pensare che sia un allarmismo tutto italiano.
Ne parlo poi con i miei amici, mi dicono che qui la notizia preoccupava all'inizio, quando non si sapeva se fosse la nuova morte nera o che, ma ora dalla stampa inglese ha smorzato i toni. Ha solo fatto scalpore che una bambina di sei anni sia morta, ma è un caso limite, il sensazionalismo spot non attacca.
I miei amici mi raccontano che tre quarti dei loro amici conoscenti e colleghi l'ha avuta: due giorni di febbre a 38°, un po' di raffreddore e finisce. La si considera anche meno di una normale influenza.
D'altra parte, qui si sa com'è: tira vento, piove, poi esce il sole, poi ripiove, poi riesce il sole, intanto tira vento. Oh, che strano ammalarsi così, eh.
Nel Io da parte mia ho già maldigola. Ma ce l'ho da lunedì pomeriggio che ero ancora a Torino. Vorrà dire che mi accontenterò di un italico raffreddore.
